martedì 7 novembre 2017

Olivero, Derio (1961- ), vescovo

Derio Olivero
Vescovo di Pinerolo (2017- )

Quid quaeritis

Riferimenti biografici
scheda di www.catholic-hierarchy.org
pagina di it.wikipedia.org

Lo stemma e il motto sono così presentati nella pagina di www.vocepinerolese.it
Lo stemma del nuovo vescovo di Pinerolo, don Derio Olivero, porterà il motto “Quid quaeritis”, versione latina delle parole rivolte da Gesù ai discepoli che lo stanno seguendo (e pertanto l’evangelista annota il particolare plastico del suo voltarsi e dell’osservarli). “Che cosa cercate?”, in greco “tì zeteìte” (Gv 1,38). «Gesù viene sulla terra per farci fare domande, per sostenere la nostra quotidiana ricerca. Non abbiamo verità assolute, ma possiamo rimanere in ricerca con ogni uomo e ogni donna», commenta don Derio presentando il suo stemma come una “fotografia”. Il tema dei “cercatori di Dio” richiama alla memoria il titolo di una lettera dei vescovi elaborata nel 2009 come “punto di partenza per dialoghi destinati al primo annuncio della fede in Gesù Cristo”. E’ quasi un lancio di una missione, sullo stile di un «Dio grandioso, che largheggia perché è un Padre misericordioso, pronto a spingersi sempre molto più in là del dovuto». Proseguendo nel brano evangelico evocato da don Derio, Gesù risponde alla richiesta dei discepoli che gli chiedono “dove dimori?” con un’esortazione (“venite e vedrete”) che li fa passare dal livello teorico della formazione (chiamano Gesù “Rabbì”, maestro) all’azione. Questa urgenza del seguire Gesù, del mettersi per la strada impervia del discepolato potrebbe essere una chiave di lettura di quell’ornamento dello stemma che è il cappello a larghe falde da cui si dipartono i fiocchi e le sei nappe per parte che insieme al colore verde contraddistinguono il titolo del vescovo. E’ un cappello da pellegrino e il tema del pellegrinaggio potrebbe ricordare le scarpinate in montagna che sicuramente il vescovo vorrà fare con i suoi giovani.
Le altre immagini intendono ricordare la sua storia e i suoi sogni «perché sono solo i sogni a muovere i piedi». «Ho lavorato a lungo la terra e porto in me l’amore per la terra» è la nota biografica all’immagine del seminatore che via via si approfondisce, «Dio è un seminatore che largheggia, che crede al terreno buono e anche alla strada e ai rovi». Anche don Derio vorrà essere un buon seminatore, «butta per terra un prodotto prezioso, senza sapere come andrà la stagione, eppure si fida». E’ il tema della grazia, della fiducia nella provvidenza che tanto ha segnato la storia della fede popolare.
Il castello a 4 torri ricorda la sua vocazione nata e cresciuta a Fossano, cittadina che vanta un Castello dei Principi d’Acaya con quattro torri angolari quadrate, edificato nel 1324-32. E’ un altro riferimento «alla società, al mondo intero», il Vescovo lavora «perché la Chiesa possa essere un regalo per la società, soprattutto per i più fragili». Sottolineerei anche una dimensione sociopolitica, dato che il castello era verosimilmente abitazione dei Principi: il modo di lavorare con gli uomini e le donne di oggi può attivare la partecipazione, porre le relazioni al centro, prima di qualsiasi programma.
Non potevano mancare le stelle, dal nome completo del Vescovo, “Desiderio”, con l’etimologia “de-sidera”, «mi mancano le stelle». «Ho bisogno di qualcosa che brilli per trovare un senso alla mia esistenza». Il numero, dodici, richiama «il cammino iniziato dai primi testimoni (i Dodici)» ed anche le dodici tribù d’Israele. Don Derio parla di “cambiamento d’epoca” (meglio del consueto “crisi”) in cui «siamo tentati di guardare le stelle del passato con nostalgia oppure di rinunciare alle stelle perché troppo sfiduciati». Spera di essere un Vescovo «capace di accendere passione e speranza».
Non sfugga nello stemma vescovile la presenza della croce d’oro ad un braccio con cinque pietre preziose rosse, raffiguranti le cinque piaghe di Cristo. Occorrerebbe riprendere in mano le opere di Antonio Rosmini per approfondire come intese una riforma della Chiesa ma il riferimento principale è quel «Dio che nel Crocifisso mostra il significato vero dell’immagine del seminatore, amore senza misura, dono gratuito».
Sarà una coincidenza, ma anche il vescovo di Torino per parlare quest’anno ai giovani e agli educatori nella prospettiva del Sinodo dei giovani che si celebrerà nel 2018, ha scelto il medesimo brano del vangelo di Giovanni. In relazione al “Quid quaeritis” nella sua ultima lettera (“Maestro, dove abiti?”) ha parlato di comunità educante e di cabina di regia per la pastorale giovanile. “La comunità educante è chiamata a coinvolgere e valorizzare i giovani, la loro unicità e il loro essere in cammino”, scrive Cesare Nosiglia. Ritorna il tema della strada, “venite e vedrete”.


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